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Riforma scolastica 2008

Discussione in 'Attualità e Cultura' iniziata da Daniele "dani66" D'Adamo, 3 Novembre 2008.

  1. Oscuro

    Oscuro
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    8 Dicembre 2008

    quoto..
    la base sono i genitori..

    d'altronde la situazione descritta da Nemalo non è un caso isolato..
     
    #91
  2. cowboy 666

    cowboy 666
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    8 Dicembre 2008

    a mio parere la riforma è in parte giusta perchè esistono universita formate da uno studente e 4 insegnati e vengono mantenute dallo stato...il problema che non è un caso isolato...il problema è dove andranno a finire i soldi ke vengono sottratti perchè essendo in un paese di coglioni scommetto che qualcuno ne approfittera...invece non condivido del decreto che sian tagliati i fondi per l'elementari e i maestri pubblici...
     
    #92
  3. nosferatu666

    nosferatu666
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    Giuda Ballerino!

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    8 Dicembre 2008

    Quali?Dove? in tanti sventolano questi corsi formati da uno studente, ma nessuno ha mai specificato di che corso si tratti, di che facoltà e in quale università..

    E comunque sarebbe sempre la solita storia: si serve, ma servono tagli mirati, non a casaccio, ogni università (anzi ogni corso) viene giudicata annualmente, per cui ci sono quelle meritevoli e quelle non meritevoli, i tagli dovrebbero essere compiuti tenendo conto di questi criteri..E non penso che i ministri siano persone stupide che queste cose non le sanno, perché secondo me sanno benissimo, e in questo caso l'obiettivo dei tagli è quindi un altro..
     
    #93
  4. Raskolnikov

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    14 Dicembre 2008

    I confronti basati su questo tipo di grandezze sono sicuramente un punto di partenza importante, però non sempre sono ottimali.
    Al momento non ricordo in particolare per quanto riguarda il corpo studentesco se un fattore che rende più difficili i confronti è il fatto che alcuni Paesi forniscono il numero di studenti FTE (Full Time Equivalent) e altri (Italia) no, oppure se il fatto per tutti si contano tutti gli studenti immatricolati, ma di questi la percentuale di chi non frequenta è molto più alta in Italia che altrove.

    Infatti per esempio Roberto Perotti mostra, con riferimento all'anno 2000, che l'università italiana non è sottofinanziata rispetto a quella britannica (o almeno, non c'è evidenza sufficiente a supporto dell'affermazione contraria). Questo in un paper della fine del 2001, "L'Università Truccata" non l'ho ancora letto.


    L'Italia degli «atenei inutili» In 33 nemmeno una matricola - Corriere della Sera


    Comunque non fraintendetemi: anche io non sono favorevole ai tagli indiscriminati. Al momento non so se da quando sono scoppiate le proteste sia stato fatto qualcosa per indirizzarli meglio, francamente.
    Non ho apprezzato particolarmente neanche le posizioni degli oppositori della Gelmini, purtroppo..
     
    #94
    Ultima modifica: 14 Dicembre 2008
  5. HeadlessChild

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    14 Dicembre 2008

    Le tesi di Perotti le conosco di striscio, ma da quel poco che ho visto mostra l'amabile ingenuità dell'economista. Questo lo dico con riferimento alle sue teorie di distribuzione del finanziamento in base alla ricerca. A parte l'ampia discutibilità del parametro delle "pubblicazioni internazionali", se non in settori ristrettissimi del sapere, poi l'estromissione della didattica è assolutamente buffa. Non so se in inghilterra si faccia così o meno. Questo spiegherebbe forse perché lo studente medio dei più prestigiosi atenei del mondo prende un titolo che vale oro passando 5 anni tra festini, esami a crocette e workshop divertenti.

    Sull'importantissima sua riflessione che offri qui - tralasciando momentaneamente la questione base, ovvero come può un uomo che vorrebbe ridurre la distribuzione delle risorse a parametri correlati alla ricerca dimenticarsi della questione ricerca quando valuta i finanziamenti, e concentrandoci su ciò che le sue asserzioni possono apportare ad una discussione ben impostata - ti renderai ben conto che
    - Fosse che la nostra università non è sottofinanziata, non mi sembra un buon motivo per farla diventare tale...
    - davanti al'evidenza che ci sono le università vuote, non si può però dimenticare quella che ci sono università in cui le prime settimane di lezione la gente si siede una sull'altra (e poi grazia al.. che dopo smettono di seguire :D). Si pone un problema di ribilanciamento delle risorse che il mero numero evidentemente non aiuta Perotti a comprendere.
    - La carenza di servizi allo studente in quelle che sono le migliori università italiane (anche in termini finanziari), se paragonate a quelle straniere, da a pensare su quale sia l'abbondanza di soldi... tra l'altro, anche il non frequentante abbisogna di certi servizi minimi che in italia tendono a mancare. Le aule durante gli appelli dopo qualche ora iniziano ad assumere l'aspetto di un CPT, per dirne una...
    - Posto che i dati sul finanziamento sono oggettivi e non sono mediobassi ma desolanti, l'eventualità di un sistema universitario che se ne sazia imporrebbe a maggior ragione una riforma universitaria delle più grandiose, con investimenti a pioggia nella fase di studio ed ideazione del progetto. Non certo la legge 133.

    Le posizioni degli oppositori della Gelmini sono una costruzione mediatica. Quali sarebbero?
    ...se parli del documento di Roma è sostanzialmente sconfessabile e sconfessato. A quelle assemblee c'era solo qualche migliaio di persone. Per dirne una, l'assemblea città studi/politecnico di Milano ha avanzato proposte decisamente di tutt'altro taglio.
    Per un po' si è potuto parlare di "onda", proprio perché solo qui a Milano son finite in piazza 200 000 persone insieme. Credi che la pensassero tutte allo stesso modo?
    Certo che no; su una cosa però erano tutti concordi: la parte riguardante le scuole della legge 133 è un abominio (poi a leggerla meglio si scopre che è un abominio anche il resto :D).
     
    #95
    Ultima modifica: 14 Dicembre 2008
  6. Raskolnikov

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    15 Dicembre 2008

    Perotti sarebbe contentissimo di poter proporre finanziamenti distribuiti sulla base della didattica.
    C'è solo un problema, e cioè il fatto che la qualità della didattica è sostanzialmente non misurabile in modo oggettivo, laddove per quanto riguarda la ricerca "oggettività" rimane forse una parola altisonante, ma è un concetto al quale ci si può avvicinare assai di più.
    Per cui ci si trova "costretti" a parlare solo di ricerca.
    Del resto, considerazione mia, mi risulta difficile credere che uno con 0 citazioni possa insegnarmi politica economica in meglio di uno che ne ha 100.

    In secondo luogo, "ristrettissimi campi del sapere" mi pare inadatta come espressione, considerando che le pubblicazioni internazionali vanno più che bene almeno per medicina, chimica, fisica, biologia, economia, scienze politiche, sociologia, demografia, matematica, diverse delle discipline che vanno sotto il nome di "ingegneria" e non vedo perchè non dovrebbero andare bene anche per la storia.
    Alla faccia del ristrettissimo!

    L'affermazione sui festini la lasciamo perdere?

    Non mi è chiaro.
    Ma siamo d'accordo.
    No, qua ti sbagli di molto.
    La questione della distribuzione delle risorse è il punto centrale del discorso di Perotti (il quale ti assicuro che coi numeri ci sa fare).
    Tanto che mette il sottofinanziamento dell'università italiana tra i miti da sfatare.
    Il senso è: posto che non c'è evidenza che le risorse sono molto scarse (per quanto penso si possa dire che non sono di certo neanche abbondanti), e che i confronti internazionali sulla qualità non sono lusinghieri per l'università italiana, evidentemente il problema sta nel modo in cui le si usano.
    Se non si cura della distribuzione delle risorse uno che parte dal presupposto che il loro ammontare totale non è eccessivamente basso, che fornisce evidenza che sono usate male (dal fatto che certi concorsi sono vinti da chi ha 0 pubblicazioni a scapito di chi le ha, al fatto che in certe facoltà il 40% dei professori ha il medesimo cognome), che propone un metodo radicalmente diverso rispetto a quello vigente per distribuirle, non so proprio chi sia che invece se ne cura.

    Se sei in grado di dimostrare che Perotti sbaglia sul confronto tra ITA e UK..
    Non devi ripetermi che la 133 è inadatta e insufficiente: lo penso già da me. :)

    Mi riferisco al documento di Roma, che sarà sconfessato ma è pur sempre prodotto di qualche migliaio di persone, appunto, non di quattro gatti, all'opposizione parlamentare, alle occupazioni, che mi riservo il diritto di non apprezzare, alla mia esperienza personale.
    Non conosco le proposte di tutt'altro taglio di cui parli, sarei felice di leggerle. :)
     
    #96
  7. HeadlessChild

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    15 Dicembre 2008

    Ti invito invece ad andare più a fondo. Esistono ambiti come la medicina dove tutto converge in determinate pubblicazioni che definiscono l'autorevolezza. Ma per lo più non è così lineare. Cosa significa "sociologia" per esempio?
    ...come saprai, ovviamente, non è che qualunque pubblicazione internazionale vale. Dev'essere fatta su riviste accreditate. Come sono accreditate? In base a che criteri? E' pieno di materie (sotto quasi tutte le facoltà, perché tu hai citato delle facoltà intere) che sono di concezione recente e comunque non particolarmente regolata. Guardacaso si tratta di ambiti particolarmente importanti quanto a ricerca. Ti invito a riflettere e cercare informazioni. A me queste problematiche le han fatte notare professori... di una università privata tra l'altro.
    Inoltre... cosa fondamentale... come la mettiamo con la ricerca di base/i progetti di lungo periodo?
    ...non tutti pubblicano articoletti in inglese ...c'è gente che si dedica moltissimi anni ad uno specifico settore, per pubblicare poi uno studio approfondito. Non di rado si tratta delle cose più importanti. Chi li finanzia più con i rischi che comportano nel casellario pubblicazioni-per-finanziamenti?
    Con questo non voglio dire che la ricerca non debba essere valutata, lungi da me. E non voglio sputtanare in toto il criterio delle pubblicazioni. Ma che se ne salti fuori il solito economista a dire "si basta fare così: "quello ha 10 articoli bravo, quello ne ha uno.. male!" non funziona.. Non voglio nemmeno entrare nel merito del fatto che non tutte le pubblicazioni sono uguali...
    ...voglio semplicemente affermare che è necessario, per quanto concerne la valutazione della ricerca, aprire un tavolo di riflessione seria, che magari coinvolga anche chi ha a che fare con altre materie diverse da quella del Prof. Perotti...

    ..inoltre, parlando di una cosa delicata come l'università, il discorso "siccome è difficile valutare la didattica usiamo la ricerca" non lo posso fare mio. Nemmeno per sogno. Le cose si fanno se hanno senso, e la didattica è tutt'altro che subordinabile per questioni "di comodo". Se ci dev'essere una migliore distribuzione delle risorse deve essere tale veramente.
    Anche perché, non vorrei dire, ma in determinati casi può esserci una proporzionalità inversa tra attenzione per la didattica e attenzione per la ricerca.
    La tua affermazione di correlazione tra capacità didattiche e ricerca se permetti non ha fondamento. Ti posso dire che in Bocconi i corsi son tenuti in larghissima parte da professori associati (che di ricerca non ne fanno), e tra l'altro, ti posso dire in base alla mia esperienza che non di rado questi, che son stati scelti proprio per le loro capacità didattiche (poste le garantite competenze), ne mostrino molte più dei professori ordinari che sono dove sono per meriti terzi. Lungi da me trarre una legge da pochi esempi visti personalmente (e qualche commento in proposito... pare che accada anche al Politecnico), tuttavia la cosa deve far riflettere.



    Mi sono formato, per sentito dire (che nell'epoca degli erasmus & co. un minimo di fondamento ce l'ha) un'idea precisa dell'istruzione anglosassone. Il discorso sarebbe comunque da affrontare con calma, attenzione ed è OT :D
    ...cmq a Febbraio parto per Sydney, sei mesi, e dopo potrò parlare con più cognizione di causa :P


    In sostanza.. se sostiene che l'università è ben finanziata, lo sostiene solo x la didattica, stando al discorso che riporti.
    ...e la ricerca?????

    Teniamo fermo qui il punto che le risorse sono mal-spese.. sulla loro sufficienza, beh, se ne parla sotto :P



    Rispiego:
    DATO - L'università italiana è la meno finanziata d'europa
    IPOTESI - Per quelle che sono le sue esigenze quei soldi basterebbero
    TESI - Se queste sono le esigenze dell'università italiana c'è qualcosa che non và. Bisogna ripensare l'università stessa ed il suo ruolo nella società. Ci vuole una riforma mostruosamente seria, studiata, importante. Non credo sia il caso di dedurre da studi del genere che "ah, allora siamo a posto... "
    ...per esempio... saprai bene che la tendenza a non frequentare è facile che possa in qualche modo influenzare il fatto che siamo il paese record per fuoricorso e ritirati...
    ...certo è che la soluzione non è la frequenza obbligatoria. Non per altro (tralasciamo molte delle implicazioni che la cosa ha dunque, ma perché i piani di studio sono tradizionalmente in larga parte a scelta ed i corsi si accavallano sempre. Inoltre, complice anche il proliferare di nuovi corsi di laurea (tra cui il mio :D) molti corsi son seguiti da gente di facoltà diverse...
    Le cose sono due: o si vincolano i piani di studio (ha senso? si? no? forse per qualche corso si e qualche corso no?) oppure si amplia notevolmente la struttura per permettere un maggiore coordinamento.
    ...o forse ho detto una marea di stronzate. Ma il punto è che l'idea che l'università meno finanziata d'europa sia autosufficiente è come minimo sospetta. E' ora di ristudiare la nostra università. E questo è un investimento, un costo. Non un taglio.



    Difficile farti leggere i contenuti di assemblee, e troppo faticoso riportarli :P
    Ti posso assicurare per conoscenza diretta e personale di gran parte di quello che è successo a Milano - e non solo di ciò che era "pubblico" - (tra l'altro, mai come in questo periodo ho potuto studiare da vicino il funzionamento dei giornali ed è qualcosa di mostruoso) che la cosa realmente impressionante di quest'autunno è stata la varietà di voci... era quello il significato del movimento, che è riuscito a vivere in larghissima parte di azioni innovative ed azioni spontanee. Ribadisco... in certi giorni la sola sede di Festa el Perdono della Statale di Milano ha mobilitato più gente di quanta era rimasta a roma in quel week end.. e tra l'altro i miei amici che erano li non è che siano stati interpellati personalmente per la stesura, che è stata una sintesi fatta da pochi di un dibattito pubblico che... ti puoi immaginare!
    Guardacaso il suo declino del movimento è andato di pari passo con l'appropriazione di gestione e comunicazione da parte di strutture preesistenti ed indirizzate.. non so se la cosa sia causa o conseguenza.. so solo che quest'autunno ho visto l'unica cosa politicamente stimolante che c'è in Italia.

    Per quanto riguarda l'opposizione parlamentare, non è esistita, e quando è apparsa (con mesi di ritardo) ha mostrato la notevole capacità di focalizzarsi sui punti più inutili ed insignificanti. Mi imbarazzo per loro.
    Sulle occupazioni la penso esattamente come te.

    Non so... in fondo non ti sto dicendo nulla se non "fidati di me". Ma è vero. Dire "non sono d'accordo con gli oppositori della Gelmini" è un errore metodologico; inoltre coincide anche con gli scopi della strategia di comunicazione del governo.. anche se con questo non voglio sottointendere nulla.
     
    #97
    Ultima modifica: 15 Dicembre 2008
  8. Raskolnikov

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    15 Dicembre 2008

    Che si debba andare a fondo mi pare tanto ovvio che non era necessario specificarlo.
    Nessuno propone una valutazione basata sulla mera quantità di pubblicazioni, né io né Perotti. Si parla di finanziamenti basati sull'output; su come misurare l'output è questione aperta posto che penso si possa essere d'accordo le pubblicazioni su riviste internazionali e le citazioni sono in molti casi un punto di partenza fondamentale.

    Non mi pare il caso di bollare delle proposte come "soluzioni semplicistiche del solito economista", se non le si conosce "se non di striscio". No?

    Se permetti finchè non mi si mostra perchè non avrebbe fondamento io ne resto convinto, tranne che per quanto riguarda i corsi base.
    Se posso credere che un neodottorato possa insegnare Microeconomia I meglio di Gary Becker, mi pare improbabile che possa insegnare meglio del secondo un corso avanzato.
    La mia esperienza in Bocconi non riflette quello che dici.
    I migliori professori che ho avuto fin'ora (Fausto Panunzi, Pier Paolo Battigalli, Francesco Giavazzi, Roberto Perotti) sono tutti ordinari e fanno (hanno fatto per Giavazzi che del resto ormai ha anche 70 anni) ricerca.
    Tra parentesi, scusa, ma dove sta scritto che gli associati non fanno ricerca?


    Comunque, ripeto, se sai come misurare la qualità della didattica penso che chiunque sarebbe d'accordo nell'utilizzare quella misura per ripartire i fondi.
    Io non credo che sia misurabile, mentre credo che finchè si mantiene un sistema statale un insieme di misure (criteri circostanziati, se misure non piace come termine) in base al quale ripartire i fondi ci debba essere.
    Credo che, sotto gli adeguati controlli (per fare esempi stupidi: la facoltà x può avere l'economista più citato del mondo, ma non avrà mai tanti fondi se ha 500 studenti per professore), qualità della ricerca e qualità della didattica siano positivamente correlate.
    Su questo comunque possiamo discutere quanto vogliamo perchè non c'è modo di testare quest'ipotesi.
    La questione è: c'è un'alternativa alla ripartizione dei fondi sulla base della qualità della ricerca prodotta, in un sistema che rimanga statale?

    No, non mi risulta di aver detto questa cosa.



    Anche perchè significa far dire a quegli studi cose che non dicono. Anzi, fargli dire il contrario di quello che dicono.
    Peraltro ribadisco che il fatto che sia la meno finanziata d'Europa è sicuramente vero se ci si ferma ai rapporti spesa per università/PIL. Sbaglio?

    Mi rendo conto che sarebbe più corretto scrivere "Non mi sono trovato d'accordo con quelle che sono passate attraverso i media come le posizioni di maggioranza tra gli studenti italiani", ma veniamoci incontro, siamo su un forum, un minimo di sintesi non credo guasti.
     
    #98
    Ultima modifica: 15 Dicembre 2008
  9. HeadlessChild

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    16 Dicembre 2008

    Guarda, potrei sbagliarmi, ma dalle interviste pareva molto "sicuro di se"... la valutazione della ricerca non è una cosa scontata. PRIMA si studiano i criteri, POI si stabilisce se ripartire i finanziamenti in base a quelli.


    CLAPI, 2005/2006. Esperienza diversa dalla tua :D
    Eccezione e menzione d'onore per Borgonovi che, benché l'età gli sia avversa quanto a parlata, ha scelto un'impostazione della didattica assolutamente geniale.
    Comunque sia, hai ragione: ho fatto qusi solo "corsi base" ed è vero che più si va nello specifico più le cose cambiano. Il punto è che "base" non sta per "meno importanti". In alcuni percorsi di studio si chiamano "fondamentali" :D
    Ad ogni modo, gli assocuati Bocconi sono per lo più (credo proprio per politica interna) lavoratori che insegnano part-time. Poi è vero che spesso l'associato è uno che sta cercando di far carriera universitaria e fa concorsi anche come ricercatore, ma nel caso specifico è così :P




    La mia questione è
    - Quello è il fulcro di una riforma. Che non farò io e non farai tu e non farà Perotti. Va affrontato.
    - Se si adottasse un sistema del genere bisognerebbe rivedere la struttura stessa dell'università.

    ?



    Allora che discutiamo a fare? :D

    In caso contrario ...davanti al resto della "tradizionale europa" precipitiamo a bomba!!! (dal momento che ovviamente, a contate è il PIL pro capite.. il Lussemburgo abbisogna di meno laureati di noi)
    ...però potremmo recuperare qualche posizione sull'est europeo.. :P
    Tra l'altro il rapporto con il PIL è un indicatore di "volontà di investimento", a priori.

    Beh, veniamoci incontro ok, però stavi parlando con un oppositore dlela Gelmini :D
     
    #99
  10. Raskolnikov

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    18 Dicembre 2008

    CLES (nuovo nome del des triennale) 2008/09, si spera. :)



    E' chiaro che confrontando i numeri assoluti non si va da nessuna parte, al limite a sbattere la testa contro un muro, non intendevo certo quello.
    Intendo che quei confronti lì presentano dei problemi, specialmente se si parla di spesa per studente perchè l'Italia a quanto mi risulta è l'unica che non fornisce i dati con riferimento agli studenti full time equivalent (e, certo, anche i non frequentanti comportano dei costi, ma non è che li si esclude del tutto dal conteggio, solo li si conta per meno di un'unità).
     
  11. otrebla86

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    20 Dicembre 2008

    o nella forestale (non so dov'è che ho sentito che solo in calabria il personale addetto alle foreste e superiore di quello che si trova in canada)
     
  12. Monk

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    20 Dicembre 2008

    No, in Sicilia. Il numero di guardie forestali è qualcosa come 10 volte quello del Trentino.
     
  13. emanuele

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    21 Dicembre 2008

  14. HeadlessChild

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    11 Marzo 2009

    Dopo un tempo immemorabile ritiro fuori questo topic ormai scomparso perché credo di aver notato due cose importantissime.
    La questione è se è giusto distribuire i finanziamenti agli atenei in base alla ricerca, in un'ottica in cui la formazione delle persione è funzione prima dell'università.

    - Una scorsa veloce ai ranking mondiali delle università mostra chiaramente l'assoluto stradominio delle università americane, a cui seguono quelle inglesi, e tra le altre una parte dal leoni fanno quelle australiane e canadesi. Insomma... uno stradominio anglosassone... tra le prime 50 università del mondo solo 8 non sono anglosassoni, e solo 32 tra le prime 100. Le prime venti sono tutte USA e Uk ad eccezione di quella di Tokyo. NOTA: per STRUTTURA le università anglosassoni sono tutte molto simili.
    ...questo di per se è abbastanza curioso... ma non probativo di nulla.
    - Sulla correlazione tra capacità nella ricerca e capacità nella didattica, non si può non sottolineare che nel mondo anglosassone la struttura dei corsi non di rado è molto composita che spesso sfiora il "collage di seminari". In sostanza il contatto con quello che ufficialmente è il professore - il grande ricercatore - va a ridursi notevolmente..
    - Per didattica intendiamo quell'insieme di cose che portano alla fine un alunno ad avere una grande preparazione. Una valutazione dell'università in questo senso dovrebbe essere una valutazione che attesti la qualità degli alunni uscenti. Partendo da questa premessa, non si può notare che secondo i rankingdelle università la Normale di Pisa è circa 350esima, ed ha davanti una decina di università italiane.

    Ora... davanti a questo assurdo non si può non cominciare a porsi delle domande.
    E' vero che la ricerca è importante, MA...
    ...a me inizia a venire un dubbio. Inizia a venire il dubbio che una volta definiti i criteri di valutazione (e tra l'altro non credo li abbiano definiti a Roma), un sistema universitario privatistico non abbia fatto altro che andarci dietro a bomba, inseguendone le classifiche.. anteponendole a tutte le riflessioni altre sulla qualità.
    Queste classifiche riguardo alla didattica tra l'altro considerano parametri quali il rapporto quantitativo studenti/docenti (che chiunque abbia sostenuto un esami di diritto privato - tipico corso che l'italiano non frequenta - sa non avere NULLA a che fare con la difficoltà e la preparazione richiesta per un esame), la percentuale di fuoricorso e gli abbandoni, parametri che, sappiamo, essere INVERSAMENTE proporzionali rispetto alla preparazione richiesta per laurearsi.

    Certo, non si tratta di parametri totalmente deliranti. E' vero che le lezioni hanno una qualità inversamente proporzionale al numero di presenti, e, soprattutto, è vero che si fa un buon servizio allo stato se si sfornano i laureati a 23 anni anziché a 27...
    ... ma a che prezzo lo si fa?

    E' possibile affermare - come sembra dalle impressioni di tutti coloro che han studiato in paesi anglosassoni - che li sia stato istituito un sistema molto "pratico", basato molto sul learning by doing, su verifiche continue dell'operato, che spinge certo lo studente a lavorare con costanza.. e certo siano state limate tutte le arbitrarietà folli all'italiana (professori pazzi che bocciano tutti). Questi elementi, anche se variano da corso a corso, si possono a grandi linee elencare: esami a crocette con alta frequenza, valutazione della partecipazione a lezione, elaborati scritti. E' estremamente frequente che il programma esqaminato sia sostanzialmente ciò che viene detto a lezione + materiali di supporto dei docenti, mentre volumi veri e propri sono più spesso oggetto di elaborazione.
    E' un sistema inoltre che consente allo studente di concentrarsi sugli ambiti in cui è portato.
    ... ma che proprio per questi motivi non è assolutamente paragonabile a quello che significa affrontare a "livello alto" una buona università italiana (almeno di quelle dalla struttura classica figlia del pre-riforma) in cui nel settore di riferimento ci si confronta con un sapere a tutto tondo, nell'ambito del quale i manuali diventano una bibbia e bisogna essere in grado di ripetere centinaia di pagine (centinaia nella università post-riforma... con gli esami annuali di più) con tutta la difficoltà intellettuale che ne consegue, un sapere di ampio raggio e ampiamente vincolato, costringendo a non svincolarsi facilmente dalle fondamenta e ad avere una visione di ampio respiro dei problemi?

    E' possibile ipotizzare che l'università anglosassone risponda bene all'esigenza di buttare sul mercato lavoratori preparati, mentre quella italiana (che ricordo essere di antica tradizione e che, prima che subisse con difficoltà i processi di massificazione, era senza ombra di dubbio alcuno riconosciuta a livello modniale) abbia una struttura di altro genere non per questo meno significativa?
    Insomma... pensare che ci siano un centinaio - forse quasi 200, non ho voglia di controllare - di università americane (oltre che una decina di italiane..) che buttano nel mondo gente più preparata degli studenti della Normale è semza ombra di dubbio una stronzata.

    Detto questo... l'università anglosassone è sicuramente un modello di tutto rispetto nella società di massa e della specializzazione, e sembra rispondere benissimo alle sue esigenze. L'università italiana invece non ha saputo affrontate positivamente la fine della società "aristocratica".
    MA... non è assolutamente accettabile cheil dibattito pubblico sull'università si risolva in un andare a caccia dei ranking anglosassoni (per natura e presumibilmente per origine).
    Non è accettabile tanto più ora che ovunque si inizia a parlare di interdisciplinarietà, ruolo economico della cultura, pensiero laterale ecc... tutto nell'ottica di un'esigenza ormai primaria di innovazione continua che riconosce sempre più la formazione scolastica non come il momento in cui si approfondisce un ambito particolarmente ristretto, imparandone i segreti teorici quanto pratici alla faccia del fatto che dopo dieci anni al massino non valgono più nulla, ma come il momento in cui si costituiscono ampie e solide basi teoriche, culturali (dove per cultura non intendo quella umanistica) e metodologiche a cui si potrà attingere dopo 10, 20, 30 anni...

    ...non è possibile insomma lavorare su un modello che laddove funziona (sia dalla parte dello studente che dalla parte dell'ateneo) produce laureati che non hanno nulla da invidare a nessuno (cito la Normale come caso limite...) accettando supinamente modelli stranieri (tra l'altro di un'area che buffamente ora è particolarmente in difficoltà...). Interventi sono necessari ma vanno fatti con rispetto per le risorse nostrane, e riconoscendo ai ranking il valore che hanno, non di più.
     
  15. Raskolnikov

    Raskolnikov
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    11 Marzo 2009

    In primo luogo io mi chiedo se hai le basi per affermare che nelle università anglosassoni
    visto che posso dirti per esperienza diretta che incontrare professori di Istituzioni di Economia a Catania non è più facile che incontrare Guido Tabellini, che oltre a insegnare e fare ricerca è rettore in Bocconi.

    In secondo luogo non si capisce perchè esordisci parlando di valutazione delle università sulla base della ricerca e poi commenti sull'adeguatezza di certi specifici criteri non riguardanti la ricerca (rapporto studenti/insegnanti, etc) per la valutazione della didattica.

    In terzo luogo, non si capisce per chi tu abbia scritto questo papiro, se non per te stesso, tanto più che quando io parlavo di "valutazione" non mi riferivo a rankings quali quello di Times Higher Education, per esempio, ma a una valutazione effettuata a livello nazionale e che quindi ovviamente dovrebbe tener conto delle specificità del sistema che valuta.

    Hai "notato" che non bisogna imitare pedissequamente altri sistemi universitari e che i "rankings" hanno dei limiti. Wow. Sono sconvolto.
     

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