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Filosofia

Discussione in 'Attualità e Cultura' iniziata da MetalPeppe, 12 Gennaio 2006.

  1. Engie

    Engie
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    24 Marzo 2013

    Meglio Aristotele, non c'è paragone.

    P.S per tender: Cavini può solo far amare Aristotele...XD
     
  2. tender

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    24 Marzo 2013

    sai già che odio cavini con tutta me stessa :hihi:
    comunque quando ho frequentato il corso io c'era anche BEN un'altra ragazza che non lo sopportava, lei non riusciva nemmeno a venire a lezione :rotfl:
    tutti gli altri lo adoravano prostrati come musulmani e con la bava alla bocca...
    li da ancora i punti bonus?

    "siete coraggiosi a seguire un corso che non c'entra nulla con l'esame" :lookaround:
     
  3. Engie

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    27 Marzo 2013

    Li dà e li toglie a suo piacimento come il Signore concede o toglie la Grazia XD
    Comunque nel nostro anno direi che metà lo odiano profondamente e metà lo amano.
    Personalmente mi sta trasmettendo un forte interesse verso una lettura analitica di Platone e Aristotele. Inoltre ci fa approfondire temi come Wittgenstein e la corrente analitica contemporanea del dopoguerra. Autori come Ryle, Austin, Strawson, Putnam, Nozick, Varzi etc che sono i classici contemporanei non vengono trattati da nessuno ne al liceo nè all'Università. Viceversa dei vari Heidegger e compagnia bella ne abbiamo le palle piene...XD
     
  4. TrueNorwegianBlackMetal

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    27 Marzo 2013

    Non ti rendi conto di ciò che stai dicendo. Sul serio.
    Non conosco questo professore ma l'approccio analitico molto bene e ritengo sia distruttivo non solo per la filosofia stessa ma per il Pensiero. Ho dovuto sostenere un esame intero su Aristotele (Libro Z della Metafisica) basata, appunto, su uno studio analitico dal quale ho capito:

    1) Il professore non ha le competenze linguistiche, storiche necessarie per poter spiegare Aristotele. Non è un problema di ignoranza del docente, beninteso, ma proprio di approccio al testo.
    2) Prescindere dal contesto storico-culturale-sacrale è assurdo se si tenta di studiare la filosofia greca.

    Tutti questi pseudo-filosofi, così amanti della scienza e della logica, stanno uccidendo la Filosofia. Essi sono la dimostrazione che è possibile diventare professori di filosofia senza conoscere la filosofia.

    p.s Non solo un esame analitico su Aristotele ma mi son dovuto sorbirmi anche diversi corsi di Filosofia Teoretica (Nagel, Patzig, Dummet, Putnam, Varzi ecc) ma anche Filosofia del Linguaggio (Frege, Russel, Austin ecc), Filosofia della Mente e Teoria dell'Argomentazione.
     
    #364
    Ultima modifica: 27 Marzo 2013
    A Saturnine. piace questo elemento.
  5. Engie

    Engie
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    27 Marzo 2013

    Boh fai conto che sono reduce da un esame di filosofia teoretica dove abbiamo letto "L'essenza della verità" e "il principio di ragione" di Heidegger. il tutto corredato da un professore influenzato da autori come Pantaleo Carabellese, Moretti.Costanzi e Antonio Rosmini, oltre che dalla tradizione platonica medievale e rinascimentale.

    Ora sinceramente per me un testo come L'essenza della Verità è un puro delirio della ragione ("che genera mostri"). Trovo molto più onesto un libretto di ontologia analitica di Varzi che ci invita a riflettere sul sequenzialismo o sul realismo, piuttosto che sul velamento e sul disvelamento dell'essere nell'esserci.....
    Poi ho letto solo queste cose di Heidegger e magari tra un anno avrò letto altre cose e cambierò totalmente idea, ma per adesso i filosofi "profeti" non mi suscitano nessun interesse.


    Edit: sono uno che al liceo odiava i logici e non capivo perchè si sprecasse tempo a studiare un wittgenstein, piuttosto che Foucalt o quelli che consideravo i "veri" filosofi. Ma più passa il tempo più mi convinco che abbia ragione Russell: "ogni filosofia seria non può prescindere dal partire da un'indagine sulla natura della proposizione". E la maggior parte dei problemi della storia della filosofia non sono altro che errori e incomprensioni della natura del linguaggio.

    Ora mi devo sorbire dei corsi su Severino che parla ( a sproposito) dell'essere parmenideo? Questi vati che parlano ai festival mi sembrano ben più responsabili della "morte" della filosofia...
     
    #365
    Ultima modifica: 27 Marzo 2013
  6. TrueNorwegianBlackMetal

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    27 Marzo 2013

    Credo che il pensiero e la visione analitica ti abbia influenzato eccessivamente. Per quanto riguarda la semi-citazione, essa proviene dal Tractatus e non da Russel ;)
    Capisco che sia più difficile capire il perchè della ricerca dell'Essere e sia molto più facile seguire quel coglione (imho) di Varzi. Ma d'altronde la filosofia analitica è anche questo: semplificare il più possibile, ridurre tutto a sterilissimi concetti logici che tutti, nel bene o nel male, posso capire.
    Con questo approccio sembra che chiunque possa fare filosofia, anche se non sa un cazzo di Hegel, Kant e Cartesio. Tanto basta studiarsi due cazzate di logica predicativa e formale.
     
  7. Engie

    Engie
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    27 Marzo 2013

    A me sembra che più una cosa sembra difficile e incomprensibile, più sia considerata importante e degna della massima ammirazione (proprio perchè non la si comprende e dunque si teme di fare una brutta figura nel dire che sono sciocchezze). Di conseguenza ciò che non capiamo lo riteniamo della massima importanza e ciò che comprendiamo lo trattiamo come superfluo. Ritengo che la battaglia analitica per la chiarezza dei pensieri sia al contrario una conquista importante: condivido che ciò che si può dire, può dirsi chiaramente, e su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
    Wittgenstein come saprai (si capisce che non sei nuovo dell'argomento) era pervaso da un profondissimo sentimento mistico, tanto più che leggeva Tolsoj, Kirkegaard e Silesio. Dice che il senso del suo libro è essenzialmente etico, e che crede di aver delimitato "dall'interno" ciò di cui non si può parlare (non perchè non sia importante!!) e di cui gli altri BLATERANO. Dice anche che ciò che egli ha chiarito ( i problemi della logica) non sono di grande importanza per noi. Tutto questo per dire che è indecente blaterare sulla tematica dell'essere, anche se la riteniamo fondamentale, con frasi e libri privi di senso e incomprensibili. Da qui la mia diffidenza verso autori come Heidegger, Cacciari, Severino etc...

    P.S. se vedi la citazione da Russell era tra virgolette. Ciò che non era virgolettato non voleva essere una citazione, in quanto non ricordavo con esattezza i termini ;)
    P.P.S. Russell si scrive con 2 "ll"..;)
    P.P.P.S preciso ( non si sa mai) che sono ironico. Non vorrei causare liti per niente...
     
  8. TrueNorwegianBlackMetal

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    27 Marzo 2013

    Infatti Wittgenstein non è un "analitico", anzi. Solo che insieme a Frege e Russell è stato considerato il capostipite dell'approccio analitico di chiaro retaggio neopositivista.
    Sinceramente "Essere e Tempo" l'ho capito, ho colto (ma io come tantissimi altri, anzi, grazie alla letteratura secondaria)la sua rivoluzione profonda e ritengo che, a partire da una indagine fenomenologica, sia possibile costruire una nuova etica, una nuova onto-teologia negativa.
    Gli analitici si battono per una filosofia staccata dalla sua Essenza, proponendo esperimenti mentali assurdi (vedi criterio di identità) privi di un qualsivoglia valore spirituale, filosofico proprio.
    Inoltre il loro approccio ai filosofi è inaccettabile: ritengono che il contesto storico sia inutile, un qualcosa di superfluo che non intacca minimamente il significato e valore di un determinato testo. Ecco dunque che vogliono e pretendono di spiegare Aristotele senza calarlo nella logica magico-sacrale in cui il mondo greco era immerso, affermando tesi completamente stupide (vedi concetto di sostanza completamente alterato) che, molto spesso, si basano sulla traduzione del testo greco.
    Molti analitici, infatti, sono talmente incompetenti che non studiano nemmeno sul testo greco originale ma su traduzioni tedesche di colleghi.
    Per non parlare del loro concetto di scienza: attraverso i loro studi, in verità, non seguono un metodo scientifico ma anzi, lo distruggono e lo snaturalizzano al massimo.


    Questo modo di fare filosofia sta distruggendo la filosofia stessa ("la filosofia è morta di suicidio" dico io, alterando evidentemente la celebre frase nicciana) e il principale problema è che attira fortemente.
    Attira sedicenti studenti che ritengono di poter filosofare (LOL) con 4 cazzate di logica. E' molto più difficile studiare, nel vero senso della parola. Studiare i testi originari, studiare il contesto storico, politico, sociale in cui determinati pensatori sono vissuti.
    Oggi viene offerta una scorciatoia: non serve studiare, basta leggere un testo ed esprimere la tua idea con strampalate argomentazioni.

    p.s Cacciari e Severino non sono minimamente paragonabili ad Heidegger. Un degno confronto con il pensatore tedesco può essere fatto con il suo maestro Husserl (anch'egli grandissimo innovatore), con Levinàs, Sartre, Arendt ecc ecc.
     
  9. Evillupo

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    27 Marzo 2013

    dal momento che mi piace seguire questi discorsi e vorrei vederne di più su questi argomenti vorrei fare una richiesta.
    TrueNorwegianBlackMetal per favore volemose bbene, scialla, troppo odio...
     
  10. Engie

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    27 Marzo 2013

    Dunque: evidentemente non posso universalizzare la mia esperienza, però ti posso assicurare che non tutti i professori di estrazione analitica procedono in questo modo. L'analisi di Platone o Aristotele che fa a lezione il prof di cui si parlava prima è primariamente filologica. C'è un'attenzione al testo greco quasi morbosa. Non ricordo le volte in cui ci ha detto che leggere testi non in lingua originale non è studiare. Ergo le traduzioni sono cosa bandita.

    Per quanto riguarda il contesto storico-culturale vale lo stesso: non tutti lo escludono dallo studio del testo. Gran parte delle persone bocciate all'esame di Storia della Filosofia Antica sono cadute in fallo su domande riguardanti la vita e le opere degli autori e non specificamente sulla tematica del corso.

    Questi esempi in assoluto non significano niente, ma sono solo per dire che ovviamente non esiste una linea di demarcazione così netta tra l'atteggiamento analitico e quello continentale: nella mia esperienza non ho trovato professori così "schierati" da tralasciare completamente un metodo piuttosto che l'altro ( a parte rari casi). Non conosco i professori della tua università , ma ti sfiderei a trovare un analitico che non conosce il contesto storico-culturale dell'autore che studia. Certo, poi magari sottolinea maggiormente tematiche che possono prescindere da tale contesto, ma è impossibile che non lo conosca.

    Inoltre da un certo punto di vista trovo comunque stimolante far finta che un'opera sia stata scritta ieri piuttosto che nel contesto storico di 2500 anni fa. La rende sicuramente più viva e interessante. Mi risulta più avvincente l'interpretazione della Politica di un analitico piuttosto che di un continentale.
     
  11. Engie

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    27 Marzo 2013

    Ah un'altra cosa: l'atteggiamento storicistico continentale spesso sfocia nella filodossia:ovvero in quella filastrocca di opinioni che Hegel detestava. Secondo me invece è importantissimo prendere posizione e giustificare argomentando, la propria tesi. Questa caratteristica è tipicamente analitica.
    E non vuol dire che qualunque balordo che abbia letto lo Zarathustra arrivi li e spari la sua opinione dicendo "mi piace" o "non mi piace".
    Trovo che lo studio sistematico delle tesi e delle loro argomentazioni sia invece la parte più importante della filosofia. E' importante sapere che Hegel diceva certe cose perchè è vissuto in un determinato contesto, e pur tuttavia è più importante sapere che cosa diceva rispetto a perchè lo diceva. Prendere posizione attraverso lo studio sistematico dell'opera è atteggiamento tipico di una vita realmente filosofica e non un blando interesse che Wittgenstein chiamava "turismo culturale" o anche "il più spregevole desiderio dell'uomo moderno".
     
  12. TrueNorwegianBlackMetal

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    29 Marzo 2013

    Ti rispondo per l'ultima volta poi finisco qui la discussione, parecchio noiosa.
    La mia università è prettamente di stampo e impostazione analitica, dunque so bene quale sia l'atteggiamento imperante ed il metodo utilizzato; purtroppo ho dovuto sostenere molti esami di questo tipo: filosofia teoretica, filosofia della mente, filosofia del linguaggio, teoria dell'argomentazione, logica ecc ecc.
    Ripeto:

    1) Non c'è attenzione alcuna verso il contesto storico di appartenenza del testo. Il che non vuol dire sapere la vita o le opere.
    Spiegare Kant senza conoscere l'Illuminismo, Cartesio senza la rivoluzione scientifica e Aristotele senza la visione finalistica /anti-meccanicistica di una physis magico-sacrale è assurdo e porta a sterili ed inutili tesi.
    Si pensa di poter far filosofia leggendo un'opera indipendentemente dal periodo in cui è stata composta, proprio perchè questo atteggiamento di profonda superficialità è "più avvincente". Avvincente. OMFG. Avvincente. Filosofia. Avvincente.

    2) Le argomentazioni analitiche sono alquanto differenti dal "dimostrare la validità di una determinata interpretazione". Con "argomentazioni" si intende l'esposizione logica di tesi facendo largo ricorso alla logica formale e predicativa.
    Niente di più. Avrai sicuramente letto qualche scritto di Varzi --> "il re di Francia è calvo". Suvvia, iniziamo a filosofare su questo.

    3) Solitamente i filosofi analitici disprezzano l'approccio continentale poichè si basa, appunto, su basi storiche. Essi pensano di poter saltare tranquillamente mille anni di storia e storia della filosofia arrivando a ritenere, assurdamente, la scolastica medievale come una sorta di approccio analitico ante litteram.
    Della serie: prendiamo il secondo conflitto mondiale ed escludiamolo da ogni determinazione storica, studiamolo perchè è interessante in sè, senza prendere in considerazione nazismo, fasciamo et similia.

    In conclusione ritengo che l'approccio scientista dei filosofi analitici stia distruggendo a martellate la Filosofia. Viene tutto banalizzato. Tutto ricondotto ad assurde regole logiche in cui un enunciato come "qual'è il senso della vita?" viene studiato a livello logico-grammaticale.
    Ovviamente uno studio del genere è molto pià facile e comodo: non necessita di una competenza vera e di una salda preparazione.
    Pensa un po' che uno tra i maggiori esponenti analitici italiani (insegna, tra le altre cose, al San Raffaele, ha tenuto conferenze anche con Varzi ecc ecc) alla richiesta tra il concetto di identità personale espresso da Parfit e quello dei poeti maledetti ha risposto che di quest'ultimi non ne sapeva nulla e che non gli interessavano.
    Un altro docente esortato da una domanda riguardante la logica fregeiana e quella heideggeriana ha risposto: "non ho mai studiato Heidegger dunque non so".
    Questa è una parte dell'elitè analitica italiana.
    Questo sta diventando il modo imperante di fare filosofia.
    Anche una attività complessa e profonda come la Filosofia sta subendo il terribile morbo della superficialità, superficialità che attira sempre più studenti e docenti perchè garantisce molte pubblicazioni (alcune pure di successo) e poco studio alla base.

    P.s con questo non voglio sminuire i vari pensatori attivi nel 1900: Frege, Russell e pochi altri sono stati dei geni indiscussi.
    Io mi scaglio contro un determinato modo di fare filosofia (o almeno di tentare), una degenerazione totale dello spirito filosofico originario.
    P.p.s il problema non è la centralità del linguaggio assunta da questi pensatori analitici: Lacan, Deridda, Levinàs, per esempio, sono stati grandissimi filosofi che hanno messo il linguaggio al centro delle proprie riflessioni. Ma non sono analitici, anzi.
     
    #372
    Ultima modifica: 29 Marzo 2013
  13. tender

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    29 Marzo 2013

    cosa intendi con spirito filosofico originario?
     
  14. Evillupo

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    bestemmie e parole d'orgoglio

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    29 Marzo 2013

    Oh ma se avete tempo avrei una domanda, come mai Wittgenstein ha ispirato così tanto i neopositivisti?
     
  15. TrueNorwegianBlackMetal

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    29 Marzo 2013

    Semplicemente il porsi le "domande fondamentali" dell'uomo e tentare timide risposte ("timido balbettio").

    @Eviluppo: Wittgenstein era ancora vivo quando si riunì il Circolo di Vienna, da cui nacque il neopositivismo grazie a filosofi quali Carnap, Feigl ecc.
    Queste riunioni iniziarono proprio per commentare il Tractatus di W., di cui era fortemente ammirta l'impostazione rigorosamente scientifica.
     

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