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Death

Discussione in 'Death Metal - GrindCore' iniziata da Andrew metal, 25 Settembre 2005.

  1. Zerotolerance70

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    12 Maggio 2012

    Eh, ma guarda che deve dimostrare che The Sound of Perseverance è un abominio. Dico, diamogli tempo per trovare qualcosa con cui suffragare la sua tesi.


































    Qualche migliaio di anni, minimo. :lookaround:

    O forse aspetta il 21 Dicembre prossimo. :lookaround:
     
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  2. Blitz

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    < Ghost in the Ruins >

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    12 Maggio 2012

    Qui alzo le mani e mi faccio da parte. Non sapevo questa cosa: nel 1998 avevo la bellezza di 14 anni :hihi: Non ascoltavo assolutamente Metal, figuriamoci i Death!
     
  3. Utente 30523

    Utente 30523
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    Guest

    12 Maggio 2012

    I Sonne Adam li ho visti dal vivo :lookaround:


    P.S. In questo momento ho addosso una loro maglietta :love:
     
  4. Alan Ford

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    12 Maggio 2012

    Non ho letto tutta la pagina perchè non c'ho sbatta ma...c'è veramente qualcuno convinto che The Sound of Perseverance sia stato pompato dalla morte di Shuldiner??? Minchia stiamo parlando dei Death eh!
     
  5. Thrashead

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    12 Maggio 2012

    I Death godevano di un'ottima fama già negli anni '90, figuriamoci se c'era qualcosa da rivalutare o meno...
     
  6. Zerotolerance70

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    12 Maggio 2012

    Già, ma a quanto pare ci sarebbe qualcosa da svalutare... :lookaround:

    Mah.
     
  7. Thrashead

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    Ki Ki Ki Ma Ma Ma

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    12 Maggio 2012

    Da quando ho sentito che Master of Puppets è un album mediocre, ormai mi aspetto di tutto :lookaround:
     
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  8. Alan Ford

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    13 Maggio 2012

    Oggi Chuck avrebbe compiuto 45 anni.
     
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  9. El Feroce

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    13 Maggio 2012

    Correva l’anno 1998…

    DEATH “THE SOUND OF PERSEVERANCE”
    Voto 30/100

    “Molto febbrile e trepidante era l’attesa per ques’album dei leggendari Death di Chuck Schuldiner. Il precedente ‘Symbolic’ rasentava il capolavoro e segnava l’ennesima evoluzione della band che non aveva sbagliato un colpo, inseminando il sound primordiale di personali progressioni azzeccatissime come già dimostrato ampiamente in ‘Human’ e ‘Individual Thought Patterns’. Nonostante il death metal in questi ultimi anni stia attraversando un non certo felice momento (travolto dal ciclone trend del black metal e spenta l’attenzione della prima ondata), il buon Chuck riesce comunque a strappare un contratto con la Nuclear Blast, una garanzia di successo commerciale da un lato mentre dall’altro la triste fama di snaturare la proposta degli artisti che entrano a far parte del suo rooster. Noto subito che la line-up è nuovamente rivoluzionata, in toto stavolta, con gli sconosciuti Scott Clendenin (basso) e Shannon Hamm (chitarra) ed il batterista Richard Christy dei technical deathsters Burning Inside. Curioso quindi di vedere se il coniglio che tirerà fuori dal cilindro il chitarrista death metal per eccellenza sarà all’altezza della sua fama, mi accingo ad intraprendere questo viaggio nel nuovo ‘The Sound Of Perseverance’ che si mostra essere un concept incentrato sulla sofferenza e le pene della mente e dell’anima dell’essere umano. La prima track ‘Scavenger of human sorrow’ si apre con un piccolo solo di batteria di Christy che fa subito spazio ad un tagliente riff di chitarra. Qualcosa non mi torna però. Tagliente e… scontato. La voce di Chuck si è ulteriormente estremizzata purtroppo, diventando più che uno scream vero e proprio uno sguaiato fastidioso. La song continua con cambi di tempo che mal si legano l’uno all’altro, ma quello che mi preoccupa di più già nei primi minuti è la prevedibilità dei riff, che mai sono stati presenti nei lavori del nostro genio della sei corde. Dopo un break di basso utile solo a dimostrare che Clendenin sa suonare, partono i primi assoli del disco: sembra siano stati messi li per caso, belli e ben composti ma freddi e scollegati dal resto. Si riparte quindi con i riff triti di cui sopra senza alcun senso strutturale, sembrano esercizi musicali di chi vuole imparare a forza a suonare a qualcuno, più attenti ai battiti del metronomo che alle emozioni che la musica deve trasmettere. La song si conclude in velocità, ma non la velocità del passato impressa da Reifert o Hoglan, bensì solo un esercizio di rullate di Christy che come il resto del gruppo vuole dimostrare a tutti che ci sa fare. Nessuno ne sentiva il bisogno, magari, visto che Gene Hoglan o lo stesso Reinert hanno dimostrato ampiamente di saperci fare senza scendere in dimostrazioni tecniche fini a se stesse ed inutili per l’ascoltatore, che magari vuole solamente ascoltare del buon death metal intelligente come quello di Symbolic o Human senza per questo iscriversi senza volerlo ad una scuola di musica. Sperando che sia solo un episodio isolato, continuo con ‘Bite the pain’: mi sbagliavo. Qui i Death viaggiano addirittura con il freno a mano tirato, come quando hai la volontà di andare veloce ma c’è qualcosa (di voluto) che ti frena. Anche qui le chitarre sono di una scontatezza che rasenta il ridicolo, è come se Chuck si sia messo in testa di dare dimostrazioni di saper suonare la chitarra e non di creare musica che ti trasmetti qualcosa, sia esso rabbia, odio, voglia di spaccare tutto come il genere (e chi lo ascolta) chiede. Il gruppo sembra impelagato in una strada senza uscita, ancora rullate di Christy messe li senza senso ed assoli si belli ripeto, ma ascoltati una volta rimangono li, insabbiati nella loro stessa vuota bellezza. I pattern vocali non seguono alcuna linearità, e Chuck nella scelta di amalgamare la voce all’interno della struttura delle songs è sempre stato un maestro. Un giro di basso apre ‘Spirit Crusher’, altro midtempo ed altro fallimento. Si continua a giocare tra exploit di strumentismi basso/batteria per poi sfociare in un accenno di violenza a circa metà canzone. Gli assoli sono questa volta anch’essi banali e senza anima. Il cambio di tempo ha una reminiscenza heavy che poco c’entra con la musica dei Death e se solo penso ai risultati ottenuti dagli In Flames con ‘Whoracle’ in questo campo solo un anno fa, rabbrividisco. I riff triti si susseguono fino alla fine, un esperienza negativa che dura pure la bellezza di oltre sei minuti. Se Chuck aveva in mente di annoiarci, l’obiettivo è stato centrato. Ma credo purtroppo che non era questo il suo scopo. In queste prime tre canzoni non ho riconosciuto i miei amati Death e a questo punto non so dove andranno a parare fino alla fine del disco. ‘Flesh and the power it holds’ parte bene a dire la verità, anzi è il primo incrocio di riff che riesce alla band. Purtroppo subito dopo il drumming di Christy si perde in un prevedibile ed impreciso uptempo (sembra frenato) che rovina il tutto. La canzone dura più di otto minuti, nel death metal è una sfida che rischia di annoiare l’ascoltatore che sarà fortemente tentato di passare alla traccia successiva se sarà schiacciato dalla noia. Presenti anche echi dei Death che furono, uno sbiadito ricordo cancellato del tutto da una chitarra stoppata a metà canzone che dà poi spazio (purtroppo) ad un’altra dimostrazione dell’insegnare a suonare lo strumento prima di Clendenin e di Schuldiner poi, (quest’ultimo ispirato da Mustaine qui) ed ancora di Clendenin. Poi forse convinti che poteva bastare, si ritorna a quell’improbabile uptempo di cui all’inizio. Cosi fino alla fine della song, purtroppo. La successiva ‘Voice of the Soul’ è una strumentale dove si intrecciano fantastiche chitarre acustiche ed assoli di spessore finalmente. Qui Chuck sembra ritornato in se, con quella melodia tagliente che sembra strapparti l’anima a morsi, come solo lui riesce a fare e come ci ha ben abituato nella sua ricerca della progressione fin da ‘Human’. Ma è possibile però che sia una strumentale (senza sezione ritmica) a dover riconsegnarci Schuldiner in forma? In fondo resta pur sempre una strumentale che è comunque di minor rilievo, per quanto bella possa essere. Di nuovo il rullo di tamburi di Christi (di sicuro il peggior batterista che abbia collaborato con Chuck) ci apre a ‘To forgive is to suffer’ e di nuovo è la prolissità che pervade questo platter, è come se un peso enorme gli si fosse piantato sopra. I riff non solo non hanno mordente ma sono slegati, non hanno un filo conduttore, non riescono a tenere avvinghiato chi ascolta ad una morsa senza scampo come accadeva in ‘Symbolic’ o ‘Individual thought patterns’. Gli assoli a metà canzone risollevano un po’ le sorti della track, ma è poco, troppo poco per considerare l’obiettivo centrato. Verso il quarto minuto Chuck sembra essere tornato in se con dei riff meno noiosi di quelli ascoltati fino a questo punto, una piccola folgore che finisce presto per lasciare spazio di nuovo al consueto, allo stantio. Parte magistrale alla fine della traccia che mi ha ricordato il capolavoro ‘Spiritual healing’, semplice deja-vù in ogni caso. ‘A moment of clarity’ ci accoglie con un altro riff contorto più della testa di Medusa, impossibile decifrarne quale la testa e quale la coda, torna la sensazione dello scoordinamento dei riff, sembrano quasi presi cosi a caso e buttati nella mischia senza preoccuparsi del risultato finale. E’ proprio la forma canzone che latita, quando questa la faceva da padrone fin dai tempi del seminale ‘Scream Bloody Gore’. Nei cambi di tempo o si è maestri o è meglio lasciar perdere e seguire altre strade, discorso questo che mai e poi mai avrei pensato di applicare a Schuldiner, ma tant’è. Anche questa traccia supera i sette minuti, è davvero difficile arrivare fino alla fine senza sbadigliare o rischiare di fare testa e scrivania dalla sonnolenza, e pensare che un disco death metal dovrebbe farti venire voglia di spaccare il mondo. Qui invece trovo solo la semplice presunzione di un musicista che forse ha sentito cosi tanto la pressione dei media su di sé in questi anni da bramare il desiderio di dover dimostrare ancora di più qualcosa a qualcuno senza capire che l’aveva già fatto sin dalla prima nota di ‘Infernal Death’. Chiude il disco una cover dei Judas Priest, non conosco l’originale e mi limito a parlare di questa versione. Lo scream di Chuck qui raggiunge il ridicolo, forse glieli hanno tagliati per cantare in quel falsetto, manco King Diamond. Ennesima dimostrazione di boria di Christy e del resto del gruppo che si sforza in tutti i modi di dover attestare di saper suonare. Forse non gli è passato per la testa che a chi ascolta death metal, di qualsiasi forma sia, questo interessa a pochi o a chi non potendosi permettere un professore che gli dia lezioni private, acquistando quest’album potrà imparare i rudimenti dello strumento. Ma forse, e la prendo con beneficio d’inventario, la nuova creatura power metal di Chuck lo sta distraendo da ciò che lui stesso ha inventato. Spero di sbagliarmi.
    Il Death Metal dei Death è morto e questo ‘The sound of perseverance’ è il suo requiem.
     
  10. Alan Ford

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    13 Maggio 2012

    Boh, secondo me l'errore di fondo è voler considerare sempre "death metal" l'opera di Shuldiner. L'ultimo disco death metal è stato Human, poi Chuck è andato avanti a briglia sciolta fino alla fine.
    Noioso, comunque, mai.
     
  11. Zerotolerance70

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    13 Maggio 2012

    :giurato: :paperino: :stankovic:
    Cazzo Disciple, ho finito le gif, che me ne presti un po'?

    :Ride anche il mio cane, porca troia:

    Penso che sia il post più fottutamente ridicolo che mi sia mai capitato di leggere da quando sono iscritto al forum.
    Non mi metto nemmeno a commentarlo, è un tale tsunami di cazzate che non saprei nemmeno da dove cominciare.
    Ne dico solo una, a proposito della cover di Painkiller: "non conosco l'originale". :rotfl: :rotfl: :rotfl: E uno che ammette candidamente di non conoscere la versione originale della title track di uno dei dischi heavy metal più belli e importanti di tutti i tempi, pubblicato non da degli sconosciuti ma dai Judas Priest, vorrebbe arrogarsi il diritto di recensire un album dei Death? La cosa è talmente ridicola che mi leva ogni forza per proseguire a scrivere.

    Preferisco ricominciare a ridere.

    :rotfl: :rotfl: :rotfl:

    PS: ora è chiaro cosa intendo per snob e radical chic?
     
    A damagedone, Rik94, MetalNicko e 1 altro utente piace questo messaggio.
  12. Alan Ford

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    13 Maggio 2012

    Non ho letto tutto il papiro, ma dopo questa perla mi sa che riprendo da dove ho lasciato :hihi:
     
  13. Alan Ford

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    13 Maggio 2012

    Comunque questa è la classica "recensione" da debaser.... :hihi:
     
  14. Zerotolerance70

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    13 Maggio 2012

    Ti avverto, per raccogliere le lacrime non basta una confezione di Kleenex formato famiglia.

    Lacrime da risata, ovviamente.
     
  15. Alan Ford

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    13 Maggio 2012

    Perchè, c'è anche la possibilità che non sia farina del Feroce sacco? Dubito, a memoria non ricordo una recensione men che entusiastica di questo disco. Diciamo che a pensarla così è una persona sola...
     

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