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Esorcismi e possessioni demoniache.

Discussion in 'Attualità e Cultura' started by italiandreamer, Dec 2, 2009.

  1. Druso Italico

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    Ardet nec consumitur

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    Jan 28, 2010


    eh,dipende da quale filosofia, visto che ce ne sono alcune che presuppongono approcci praticamente identici a quelli di certe religioni. :P
     
  2. otrebla86

    otrebla86
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    Jan 28, 2010

    Non sono d'accordo. Invece secondo me più NON conosci la natura di un fenomeno, più ti viene da accostarlo a cause sovranaturali. L'evoluzione delle religioni da politeiste a monoteiste ne è un esempio. In antichità qualunque cosa che l'uomo non riusciva a spiegare la natura era "comandata" da un Dio. La consapevolezza acquisita nei secoli dai greci sino ai romani ha cambiato il modo di vedere le cose. Già qualche filosofo (chiedo venia non ricordo chi fosse) diceva che con la matematica era possibile descrivere qualunque fenomeno e qualunque cosa presente nella natura, infatti non mancavano sia nei greci che nei romani qualcuno che era contro la religione.

    Quando non erano stati fatti abbastanza esperimenti, si credeva esistesse il "calorifico", ossia una sostanza priva di massa e "misteriosa". Poi si è scoperto che il calore è una forma di energia.

    Semmai più conosci un fenomeno, più ti viene la sete di conoscere ancora più a fondo altri aspetti. Non c'è niente di misterioso, è solo sete di conoscenza.

    La cosa bella della scienza e della tecnica è che quando arrivi a conoscerla, ti spieghi il perché di tanto cose che ti succedono nel mondo circostante, che magari davi per "scontate" e come se fossero dei "presupposti".
     
  3. Druso Italico

    Druso Italico
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    Ardet nec consumitur

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    Jan 28, 2010

    Sono d'accordo, ma forse non mi sono spiegato. Non è questione di sete di conoscenza o meno.
    Io intendevo dire una cosa simile: immagina una branca del sapere per la quale esista una conoscenza assai approfondita e consolidata.
    Ora, immagina pure di trovarti di fronte ad un fatto nuovo che non solo è sconosciuto, ma che per il solo fatto che accada, smentisca pressochè tutto quello che sapevi prima.
    I casi sono 2: o le tue conoscenze sono errate (possibile, ma più le approfondisci - nel senso che le hai dimostrate - meno questo è probabile) oppure, per quanto magari possa essere poco probabile - non è irragionevole pensare ad un fattore soprannaturale.
    Con questo non dico che necessariamente esista una componente soprannaturale, ma solo che, in casi (rari) indagare in questo senso non è stupido o antiscientifico o frutto di ignoranza, ma nasce dal fatto che ci si trova di fronte a fatti non solo sconosciuti, ma che smentiscono anche conoscenze ampiamente dimostrate: mi riferisco - per rimanere IT - a quei casi dove anche scienziati, medici (persone, lo ripeto, affidabili) riportano di aver assistito - durante gli esorcismi - a fatti almeno apparentemente contrari alle leggi fisiche.
     
  4. NuclearDevastation

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    Jan 28, 2010

    Secondo me la scienza ha anche aiutato molto coloro che si interessano di "misticismo" e cose simili, la scienza ha eliminato molte di quelle credenze stupide, come il fatto che ogni fenomeno naturale sia dovuto ad un dio, quindi chi si interessa di cose "mistiche" o di esoterismo si focalizza su cose più serie e non spiegate, altrimenti se ci stavamo chiedendo ancora perchè il sole tramonti ad una certa ora... :roll::D
     
  5. otrebla86

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    Jan 28, 2010

    Beh, sicuramente gli scienziati non penseranno an un fattore sovrannaturale, semmai fanno una teoria SENZA contraddire tutte le leggi scoperte sino a quel momento, e si fanno esperimenti per verificare la teoria; se gli esperimenti contraddicono quella teoria, allora la si scarta e si passa a un'altra.

    Einstein in realtà non ha rivelato che tutto quello scoperto finora non è esatto, altrimenti non si studierebbe più Newton. Semmai ha allargato il campo delle conoscenze generalizzando e rendendo quelle di Newton dei risultati più empirici.


    Ho evidenziato col grassetto.
     
  6. tender

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    Jan 28, 2010

    l'esorcismo per telefono è pura fantascienza però dai :hihi:
     
  7. Engash-Krul

    Engash-Krul
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    il Divoratore di Menti

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    Jan 28, 2010

    Necro, credo che per "culto" dello scientismo si intendesse fare riferimento in particolare a quelle persone che, contrariamente a quanto richiede la scienza, hanno una mente chiusa alle novità. Faccio un esempio pratico: Piero Angela. Lui è un convinto scientista di quelli più incalliti. Lui non sarà mai uno scienziato perchè ha una visione della scienza che potremmo quasi definire "religiosa". Basta leggere un suo libro per rendersi conto che considera tutto ciò che esce dalle conoscenze attuali della scienza come "fandonie". Senza entrare nel merito degli esorcismi la storia è piena di episodi di persone che affermavano di avere poteri mentali. Mi riferisco a telecinesi e simili. Ora noi oggi non sappiamo se questi "poteri della mente" esistono o meno, ma uno scienziato dovrebbe avere almeno la curiosità di studiare il fenomeno per scoprire se c'è del vero e chi lo sa che magari tra anni e anni non scopriremo qualcosa? Angela, invece, ha l'atteggiamento opposto: se la scienza oggi non ha provato nulla, allora non esiste, se anche lo vede con i suoi occhi, deve per forza essere un inganno. In questo non è più o meno cieco di coloro che credevano che fosse il sole a girare attorno alla terra e negavano qualsiasi altra teoria bollandola come eresia.
     
  8. Druso Italico

    Druso Italico
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    Ardet nec consumitur

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    Jan 28, 2010

    Sempre che sia possibile farla, mantenendo coerenza con le conoscenze passate!
    Altrimenti non avrebbe senso per loro elaborare una teoria che abbia per base leggi di cui hanno visto una qualche smentita.
    Dovrebbero per forza rivedere le loro basi teoriche precedenti, anche semplicemente elaborando una nuova teoria che ammetta delle deroghe a principi rivelatisi non assoluti.

    Lo scienziato deve avere la mente aperta alle ipotesi anche più improbabili, e non partire dal presupposto "questo è impossibile".
    Le teorie devono adeguarsi ai fatti, e non viceversa.
     
  9. LELE 17

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    Jan 28, 2010

    assolutamente condivido...è quello che dico molto spesso anch'io.

    vado un attimino OT, corro il rischio dato che non saprei dove inserire questa cosa. dato che si parla anche di paranormale, comunico che da giovedì prossimo ritorna su rai tre la 5a serie della serie tv "medium". non è una cosa stupida e banale, non parla della ragazza che vede lo spiritello della nonnina defunta...è serio e basato sulla realtà, infatti la medium protagonista esiste veramente e collabora veramente con la polizia.io le seguo dalla 1a serie e ve la consiglio, perchè non è affatto banale, anzi.forse (poco probabilmente) qualcuno l'ha già vista o ne ha sentito parlare.
     
    #219
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  10. italiandreamer

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    Jan 28, 2010

    Ma chi,quella che sapeva dov'era caduta l'auto con la donna dentro?
     
  11. Necrophelia

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    Jan 29, 2010

    si, sono d'accordissimo su questo, così come lo sono con Druso...tuttavia è proprio la semantica che non mi piace, anche se il concetto è giusto...non esiste un'altra parola? (che rompimaroni che sono! :D)
     
  12. Trickster-J

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    Jan 29, 2010

    Quoto ogni singola parola.
    Basterebbe citare le belle figure con gente come Maurizio Armanetti, senza dover andare a disturbare personalità ancora maggiori..
     
  13. Druso Italico

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    Jan 29, 2010

    incredibile, una volta tanto diverse persone sono d'accordo con me! :shock: :D

    cmq ho quotato questa frase perchè in realtà essa contiene un significato più profondo, che è il contrario di quello apparente.
    E' un piccolo OT, e non voglio nemmeno riaprire la vexata quaestio su Galileo, ma proprio questo caso è indicativo.
    Quando a suo tempo Galileo propose la sua teoria di sistema eliocentrico vs sistema tolemaico, non finì certo a processo in 2 minuti come molti credono, anzi.
    All'epoca erano diversi gli studiosi (come Copernico) che proponevano teorie alternative a quella tolemaica, senza alcun problema.

    La questione si pose quando Galileo decise di proporre la sua teoria come certa, e non semplicemente come alternativa a quella allora maggioritaria.

    Ora, noi sappiamo bene che - nel merito - Galileo aveva ragione, ma il suo all'epoca fu un atto di scientismo immotivato perchè - contrariamente al suo stesso principio che prevede il "provare e riprovare" - egli poneva la sua teoria come certa pur non potendo provarla sperimentalmente (cosa fatta solo in seguito da Newton).

    Tutta sta pippa per dire che anche le intelligenze più acute spesso cadono in questo vizio di voler piegare i fatti alle proprie teorie.
     
  14. ShineOnYouCrazyDiamond

    ShineOnYouCrazyDiamond
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    Jan 29, 2010

    Anche io vado OT ma mi risulta difficile trattenermi...

    Druso, mi suona un po' strano che il padre e fautore del metodo sperimentale abbia deciso di proporre la sua teoria come certa, anche perché di per sé è un vero e proprio ossimoro di cui - penso - uno come Galileo non potesse non rendersi conto. Hai qualche fonte certa (ed eventualmente, linkarla)?

    P.S. magari spostiamo il discorso su Anticristianesimo, visto che è più attinente...
     
  15. Druso Italico

    Druso Italico
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    Ardet nec consumitur

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    Jan 29, 2010


    avoglia, di fonti certe ce ne sono a bizzeffe da, banalmente, questa :
    Sistema eliocentrico - Wikipedia

    a questa, più ampia, con cui chiudo l'OT, perchè qua si parla de lu dimonio!

    tratto da: Franco CARDINI (a cura di), Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 329-352.
    IL CASO GALILEO TRA LEGGENDA E STORIA

    I temi della polemica anticattolica suscitati dal caso Galileo sono innumerevoli e di diverso livello, come del resto il caso stesso impone. Nella questione galileiana, infatti, si trovano raccolti, ma più spesso intrecciati, elementi di svariata natura: filosofici, se si guarda ai problemi legati al conflitto tra la «nuova fisica» e la fisica aristotelica; teologici, se si considera il dibattito sullo statuto e la probanza della Sacra Scrittura; giuridici, se si affronta la questione della competenza dei tribunali ecclesiastici in materie non teologiche; scientifici, se si indaga sulla originalità delle intuizioni galileiane; e infine storici, quando si voglia considerare il contesto in cui la vicenda si è svolta e gli «attori» che ne sono stati protagonisti. E' ovvio che ridurre a sintesi tutti i temi richiamati in questi ambiti e confrontarli con le tesi più erroneamente consolidate risulta impresa talmente onerosa da esulare dagli scopi di questo lavoro. E' certamente più utile passare in rassegna alcuni dei miti maggiormente ricorrenti intorno al caso Galileo, scegliendoli tra quelli che offrono un più ampio spettro di questioni implicate.

    a. La presunta ostilità dei Gesuiti nei confronti di Galileo

    Il tema dell'ostilità e dell'antagonismo fra Galileo e i Gesuiti, soprattutto quelli del Collegio Romano, non è certamente uno dei più conosciuti nell'ambito del caso. Tuttavia esso cala puntualmente, quasi come un fondale scenico, allorché occorra accreditare e confermare l'atteggiamento dogmatico e intransigente della Chiesa cattolica nei confronti del «mondo nuovo» che le idee del Pisano si accingevano a rivelare. Ludovico Geymonat, nella sua purtroppo diffusissima biografia scientifica di Galileo, fornisce una testimonianza esemplare di questo atteggiamento. Anche se i Gesuiti, spiega lo studioso marxista, «rappresentavano indubbiamente - in quel momento - l'ordine religioso più aperto verso le scienze esatte, erano però, malgrado tale apertura, i più ligi custodi dell'ortodossia cattolica e quindi intendevano usare la propria competenza scientifica soprattutto ad un fine: quello di impedire che la scienza moderna assumesse un qualsiasi significato contrario al dogma. Non bisogna dimenticare che proprio alla Compagnia di Gesù apparteneva il più autorevole rappresentante, allora vivente, dello spirito controriformistico: voglio dire il cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), già professore di Controversie al Collegio Romano e, in seguito, teologo del Papa, consultore del Sant'Uffizio, esaminatore dei vescovi» (3).

    La Compagnia di Gesù, approvata nel 1540 da Papa Paolo III - dopo circa quindici anni che il gruppo originario di Compagni di Cristo si era raccolto intorno a Ignazio di Loyola (1491-1556) nel periodo in cui questi, trentasettenne, frequentava la Sorbona -, era venuta effettivamente a costituire una milizia sceltissima di cattolici consacrati al servizio della fede e del Papa. Attraverso una selezione e una preparazione assai severe - esercizi spirituali, studi profani e sacri - il Gesuita perveniva, dopo un tirocinio di sedici anni e anche più, all'ordinazione sacerdotale. Ai voti di castità, povertà e obbedienza, egli aggiunge un particolare voto di obbedienza al pontefice, da cui la Compagnia dipende direttamente, senza la normale mediazione gerarchica. I sessanta antichi seguaci di Sant'Ignazio erano diventati duemila dopo venticinque anni e raggiunsero il numero di dodicimila nel primo decennio del XVII secolo, a dimostrazione che la radicalità ignaziana trovava una profonda corrispondenza nei sentimenti della Cristianità. Unendo, con straordinario equilibrio, fermezza e carità, prudenza e senso pratico, rigore dottrinale e intelligenza del nuovo, consapevoli della necessità di servire la Chiesa e il suo Capo, i Gesuiti operarono con successo per il ricompattamento della Cristianità lacerata dal protestantesimo e rivalutarono, per questa impresa, le armi della cultura e della educazione, ciò che ancora oggi qualifica l'apostolato ignaziano. Intere regioni d'Europa devono alla Compagnia la loro permanenza nella fede di Roma: e sono la Baviera, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia. Non va dimenticato neppure lo slancio missionario che animò la Compagnia fin dalle origini e che portò suoi eminenti esponenti in Cina, in India, in Giappone, dove dettero prova di grande duttilità nell'incontro con quelle culture tanto diverse dalla cultura europea. E dove, per ritornare a Galileo, insegnavano una astronomia copernicana già sul finire del XVII secolo, tanto che la rapida diffusione, in Estremo Oriente, della dottrina del movimento della Terra avvenne principalmente per merito degli astronomi della Compagnia.

    Ora, questi Gesuiti, certamente rigorosi e prudenti, ma anche intelligenti, colti e appassionati, nei confronti di Galileo e della scienza sperimentale che stava nascendo, avrebbero invece dimostrato tutta la grettezza e tutta la miopia di cui gli uomini possono essere capaci.

    Il contesto abituale è la controversia sulle macchie solari, poi quella sulla natura e sulla posizione delle comete, infine la disputa sui "Massimi Sistemi", ovvero sul copernicanesimo e sulle prove disponibili a suo sostegno. In questa polemica i principali avversari di Galileo sono considerati i padri Cristopther Scheiner (1579-1650) e Orazio Grassi (1583-1654), descritti solitamente come poco informati, maldisposti e ostruzionisti nei confronti delle idee dell'astronomo pisano.

    La realtà storica è alquanto diversa. In un documentato saggio del padre domenicano William A. Wallace (4) viene fatto stato del quadro generale relativo alle ricerche condotte dai Gesuiti del Collegio Romano, dei loro rapporti con Galileo e di alcune scoperte che, secondo l'Autore, implicano «una revisione sostanziale dell'analisi critica del ruolo di Galileo nella rivoluzione scientifica e nelle sue origini nel pensiero tardo medioevale e scolastico», al punto che si può parlare di un «debito di Galileo nei confronti dei Gesuiti».

    Il Collegio Romano fu fondato dallo stesso Sant'Ignazio di Loyola nel 1551 e divenne, sul finire del secolo, la più importante università cattolica guidata da Gesuiti dell'Europa. Lo studio sia dei libri di testo adottati dai docenti per le loro lezioni sia degli appunti degli stessi docenti, dimostra che al Collegio Romano le questioni «scientifiche» - secondo l'accezione dell'epoca - venivano affrontate regolarmente, facendo parte dei corsi di studio. Anche la matematica, che caratterizza il modo galileiano di fare scienza, era fortemente presente nel piano di studi del Collegio. Il principale artefice del programma di matematica era il tedesco Christopher Clavius (1537-1612), già allievo di Pedro Nunez a Coimbra e figura eminente nel suo campo tanto da essere definito all'epoca «l'Euclide del sedicesimo secolo». Dopo il primo incontro con Galileo a Roma, nel 1587, il Gesuita rimase molto impressionato da un lavoro del Pisano sul centro di gravità dei solidi. Per questo collaborò con il protettore di Galileo, il marchese Guidobaldo del Monte, per assicurare al giovane matematico un posto di insegnante in una università. Non si può parlare certo di atteggiamento ostile! E anzi, secondo il padre William A. Wallace, lo stesso «Galileo si dedicò a proseguire il programma di Clavius, nell'applicare la matematica allo studio della natura e nel generare una fisica matematica che potesse fornire valide spiegazioni causali sia per i fenomeni astronomici sia per quelli fisici». Con questo, precisa l'Autore, non si vuole insinuare che Galileo sia debitore verso il Collegio Romano di tutta la sua scienza, ma che le basi su cui egli sviluppò la propria attitudine scientifica furono attinte dalla cerchia dei professori gesuiti: frequentandoli e potendo disporre degli appunti delle loro lezioni, il giovane studioso poté acquisire un «complesso di opinioni» che lo spinse ad applicare il ragionamento fisico e matematico nell'indagine della natura, ciò che costituirà il risultato migliore dei suoi anni più maturi. Con una battuta, padre William A. Wallace sintetizza questo rapporto: se è indiscutibile che Galileo possa essere considerato il «padre della scienza moderna», tale titolo non esclude un «nonno» o altri progenitori per la nuova fisica. Per venire alla disputa sulle comete, essa è rivelatrice tanto del carattere astioso di Galileo quanto della malafede di molti suoi biografi, che hanno visto in lui sempre e soltanto una vittima degli «scolastici oscurantisti». «Serpe lacerata», «scorpione», «balordissimo», «solennissima bestia»: così Galileo ebbe modo di nominare quel padre Orazio Grassi che gli fu contraddittore dotto e puntuale, con lo pseudonimo di Lotario Sarsi, a partire dal 1619, quando la comparsa di tre comete obbligò gli astronomi a pronunciarsi sull'argomento. Orazio Grassi, staccandosi da Aristotele e appoggiandosi a Tycho Brahe e alle numerose osservazioni celesti compiute dai Gesuiti in tutta l'Europa, precisò, quanto alla natura e alla distanza, molto meglio di Galileo, il quale negò persino l'esistenza delle comete come oggetti reali.

    Il fatto propone un insegnamento: né Grassi né Galileo potevano disporre, all'epoca, di prove conclusive per suffragare le rispettive posizioni circa le comete. Eppure, i «meriti» del gesuita non sono magnificati nello stesso modo con cui normalmente si esaltano i «meriti» di Galileo nel sostenere il sistema eliocentrico, benché né lui né i partigiani del sistema tolemaico disponessero delle prove definitive (che, come noto, arrivarono circa un secolo dopo, almeno per quanto riguarda il movimento annuale della Terra; per quello diurno bisognerà attendere il 1851).

    Da ultimo va ricordato che la «solennissima bestia» Orazio Grassi fu al contrario un uomo di profonda cultura, studioso di ottica e soprattutto grande matematico. Fra i massimi architetti del suo tempo, eresse la chiesa di Sant'Ignazio in Roma, la cui cupola, che non fu mai innalzata, avrebbe dovuto essere non molto inferiore alla cupola di San Pietro.

    b. La polemica sui Massimi Sistemi

    É il tema che domina tutto il caso Galileo e riguarda l'antagonismo fra due opposte cosmologie, fra due modi irriducibili di descrivere l'Universo: da un lato il sistema geocentrico o tolemaico, con la Terra in posizione centrale e immobile, e la Luna, il Sole, i pianeti e le stelle rotanti attorno ad essa; dall'altro il sistema eliocentrico o copernicano, con il Sole in posizione centrale e gli altri corpi celesti, Terra compresa, rotanti attorno al Sole.

    Innanzitutto occorre precisare che la comparsa sulla scena astronomica del sistema copernicano, a noi oggi così evidente e plausibile, per la cultura del tempo costituì invece un autentico trauma. Il sistema tolemaico era infatti generalmente accolto fin dall'antichità: Eudosso di Cnido, nella prima metà del IV secolo a.C., fu il primo a immaginare un ingegnoso e complesso sistema di 26 sfere concentriche e collegate i cui movimenti rendevano conto dei movimenti degli astri osservabili; il suo discepolo Callippo ne aggiunse altre sette, pervenendo ad una descrizione straordinariamente precisa dei moti celesti; Aristotele, introducendo l'etere come sostanza celeste, immise ulteriori 22 sfere, questa volta retrograde, allo scopo di compensare gli effetti dei movimenti delle sfere superiori su quelle inferiori; Ipparco di Nicea, nel II secolo a.C., toccò il vertice della concezione geocentrica adottando epicicli ed eccentrici per ricomprendere nel sistema anche quei fenomeni che, come i movimenti retrogradi del Sole e dei pianeti, erano rimasti inspiegati; infine Claudio Tolomeo, nel II secolo d.C., completò e sigillò la cosmologia greca nella versione di Ipparco, codificando un sistema nel quale, sia pure a prezzo di artifici e assunzioni, i dati di osservazione dei vari pianeti vi apparivano totalmente coerenti e giustificati. In questa forma il geocentrismo superò i successivi 1500 anni, senza che seri ripensamenti potessero metterne in dubbio la validità.

    Ma il sistema tolemaico non costituiva soltanto un metodo di descrizione dei movimenti degli astri: come già nell'antichità fu inseparabile da una filosofia che si interrogava sulle cause prime e cercava risposte «religiose» agli interrogativi dell'esistenza, così più tardi esso entrò a pieno titolo nel vasto sistema di valori della cultura cristiana, permanendovi fino all'epoca di Galileo, in omaggio a quel carattere unitario della cultura che era un retaggio della scolastica medioevale. Tale carattere unitario, «in sé positivo ed auspicabile ancor oggi», come ha affermato Giovanni Paolo II proprio in occasione della conclusione dei lavori della commissione da lui istituita per approfondire il caso Galileo (5), includeva tuttavia la convinzione che la conoscenza della struttura del mondo fisico fosse imposta dal senso letterale della Sacra Scrittura. Dunque, il rischio di una trasposizione indebita di questioni appartenenti alla fisica nel campo della dottrina della fede era molto elevato, come pure era elevata la tendenza a rinunciare alla verifica dei fatti quando questi sembravano non concordare con il dettato della Sacra Scrittura.

    Sarebbe però un errore confondere il pensiero ufficiale della Chiesa cattolica con la posizione di quei teologi che, sia pure numerosi, non percepivano la distinzione formale tra la Bibbia e la sua interpretazione. Della disposizione dei Gesuiti al confronto con i dati dell'osservazione si è già detto. La loro attitudine è peraltro riassunta nella raccomandazione del cardinale Roberto Bellarmino al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini, che si era schierato in favore di Copernico e contenuta nella celebre lettera del 12 aprile 1612: «1. Dico che mi pare che V.P. ed il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico [...] 3. Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisogneria andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra» (6).

    La linea di pensiero del cardinale non era affatto isolata. Prima di lui, Sant'Agostino era stato guidato dalla stessa saggezza e dallo stesso rispetto per la Sacra Scrittura: «Se ad una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l'autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire ciò che non ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso» (7); dopo di lui Leone XIII confermava, nell'enciclica Provvidentissimus Deus che «Poiché il vero non può in alcun modo contraddire il vero, si può esser certi che un errore si è insinuato o nell'interpretazione delle parole sacre, o in un altro luogo della discussione» (8).

    Secondo questi criteri il copernicanesimo poteva essere tranquillamente studiato, anche se si mostrava contrario al senso letterale di alcuni passi della Bibbia, purché venisse presentato come ipotesi e non come verità comprovata. Del resto l'opera di Copernico, il "De revolutionibus orbium coelestium", pubblicato nel 1543, uscì con una dedica al Papa Paolo III, che l'aveva accettata; lo stesso canonico polacco trovò influenti e autorevoli protettori, come il vescovo Tiedemann Giese e il cardinale Schoenberg; al tempo di Galileo fu accolta e incoraggiata da numerosi cardinali, fra cui Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII, e da molti astronomi gesuiti. Fino al fatidico 1616 la discussione sul sistema copernicano era non solo permessa, ma persino incoraggiata: all'unica condizione che rimanesse confinata in ambito «scientifico», ovvero senza sconfinare nella teologia. Arthur Koestler, che non si può certo sospettare di simpatie cattoliche, azzardava l'ipotesi che la titubanza, prima di Copernico e poi dello stesso Galileo, a schierarsi apertamente per l'eliocentrismo fosse dettata, più che dal timore di sanzioni improbabili, dalla paura di esporsi al ridicolo, di subire il sarcasmo dei «dotti», dal timore di farsi fischiare, a causa dell'apparente «enormità» costituita dal portato eliocentrico di fronte alla «naturalezza» dell'assunto tolemaico.

    Fa certamente onore a Galileo e alle sue doti di intuizione avere rotto gli indugi dopo le prime, straordinarie scoperte fatte con il cannocchiale a partire dall'estate del 1610, e rivelare sempre più apertamente la sua propensione per il sistema copernicano. Ma tutto questo avvenne in un clima polemico, in cui si mescolavano fattori intrinseci ed estrinseci alla questione: la mancanza della prova decisiva - l'experimentum crucis - richiesta dagli avversari e che Galileo non riusciva a portare (quella delle maree non fu giustamente accolta dai contemporanei, che ne avevano compreso l'inconsistenza); il fatto che le impressionanti osservazioni compiute da Galileo con il cannocchiale, nonostante avessero assestato un duro colpo alla nozione aristotelica di un cosmo «perfetto», non intaccassero sostanzialmente la bontà descrittiva del sistema tolemaico; la preoccupazione della Chiesa, e soprattutto degli organismi preposti alla difesa dell'ortodossia dottrinale, di fare fronte alla crisi protestante, allora in pieno svolgimento; un'eccessiva preoccupazione di tipo giuridico, un'incapacità di affrontare l'esegesi biblica su presupposti più aperti da parte di uomini di Chiesa; da ultimo, il carattere dello stesso Galileo, incline alla polemica, incurante delle inimicizie, teso all'umiliazione del contraddittore piuttosto che alla disamina leale delle idee.

    La storia è nota, e qui merita ricordarla solo per sommi capi. Nel marzo del 1615 il domenicano Tommaso Caccini, che già dal pulpito di Santa Maria Novella, in Firenze, aveva tuonato contro i copernicani, rilasciava una deposizione al Sant'Uffizio, specificando che Galileo sosteneva il moto della Terra: aveva inizio il primo procedimento a carico dello scienziato. Il 15 giugno Galileo scrisse la famosa lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa Madre, in cui rivendicava l'autonomia della ricerca scientifica nel quadro teologico-morale fornito dalla Sacra Scrittura parafrasando una celebre sentenza del cardinale Cesare Baronio: la Bibbia non intende insegnare l'astronomia - «come vadia il cielo?» -, bensì che cosa deve credere ogni uomo per raggiungere la vita eterna - «come si vadia al cielo» -. Alla fine di quell'anno si recò a Roma, dove ricevette, nonostante tutto, un'accoglienza lusinghiera e dove si incontrò con lo stesso Niccolò Caccini. Tuttavia non riuscì ad impedire che le tesi circa la stabilità del Sole e il moto della terra fossero censurate: il 24 febbraio 1616 una commissione di undici teologi rese operativa la dichiarazione di censura, con la conseguente ammonizione di Galileo e la messa all'Indice del libro di Copernico, "donec corrigatur", ossia fino a quando la situazione non fosse chiarita.

    L'ammonizione non cambiò la vita di Galileo, che continuò a godere la stima del Papa e di moltissimi cardinali. Lo stesso Roberto Bellarmino, sollecitato dal Pisano, scrisse una dichiarazione a tutela del suo onore, minacciato dai numerosi calunniatori che auspicavano provvedimenti più gravi. Nel 1623 salì al soglio pontificio, con il nome di Urbano VIII, Maffeo Barberini, molto favorevole a Galileo, il quale si affrettò a dedicargli "Il Saggiatore", l'opera con cui intendeva confutare il gesuita Orazio Grassi nella disputa sulle comete: un'opera di notevole pregio letterario, ma al servizio di una causa errata, quale quella delle comete come fenomeno ottico di origine terrestre.

    Dopo diversi tentativi di fare togliere l'ammonizione e dopo avere respinto qualunque offerta di riconciliazione con il gesuita, Galileo si dedicò completamente alla ricerca della prova conclusiva a sostegno del sistema copernicano. Lavorando intorno alla questione delle maree, credette di avere trovato in esse la prova che cercava. Nel 1630 aveva terminato l'opera che raccoglieva questi studi e che voleva intitolare, appunto, "Delle maree". Urbano VIII, disposto a permetterne la pubblicazione, consigliò di mutarne il titolo, in modo che apparisse evidente che la questione del movimento terrestre risultasse solo un'ipotesi e non un fatto reale, capace di produrre effetti reali come le maree: nacque così il "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano", opera di grande vigore polemico, ma debole proprio nel punto che ne avrebbe dovuto costituire il fondamento. Incoraggiato dall'apertura del pontefice, con il beneplacito del Granduca di Toscana Galileo, che dal 1616 non aveva mai rinunciato a pronunciarsi in favore del movimento terrestre, si recò a Roma. Tuttavia, il tono polemico dell'opera e la evidente apologia del sistema copernicano, non più presentato solo come ipotesi, ritardarono il sospirato imprimatur. A mani vuote Galileo ritornò a Firenze, dove comunque il libro venne stampato dal Landini nell'estate del 1631. Nel marzo del 1632 due copie giunsero a Roma.

    A questo punto la vicenda diventa nebulosa. E' certo che Urbano VIII si contrariò per la pubblicazione dell'opera. Si sono avanzate, a tale proposito, diverse ipotesi: la più diffusa riguarda il fatto che il Papa potesse essere identificato, fra i personaggi del "Dialogo", proprio in quel Simplicio le cui argomentazioni a difesa del sistema tolemaico e della fisica aristotelica cadono regolarmente nel ridicolo; altri sostengono che il Papa e i suoi collaboratori avessero intravisto, nella «nuova fisica» galileiana un attentato al dogma della transustanziazione delle specie eucaristiche (9). Comunque sia, è certo che a Roma ebbero l'impressione di essere stati raggirati, senza avere avuto la possibilità di introdurre le modifiche suggerite dalla prudenza. Il 13 febbraio 1633 Galileo giunse nuovamente a Roma, chiamato dall'Inquisizione. Il 12 aprile venne sottoposto a un primo esame, che doveva accertare le modalità seguite per la stampa del "Dialogo"; cinque giorni dopo gli fu contestata la contravvenzione all'ammonimento del decreto del 1616, in quanto nell'opera era manifestata l'adesione al sistema copernicano; infine, il 22 giugno, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, Galileo pronunciò l'abiura famosa. Seguì la condanna, ma qui conviene dissipare un'altra serie di fosche leggende.

    c. Nascita di un mito

    Si favoleggia molto, infatti, intorno al processo e alla relativa condanna. Anche in questo caso la storia vera si discosta notevolmente da quanto è sedimentato nell'immaginario collettivo. Sebbene il clima fosse di generale freddezza - certamente distante da quello trionfale del 1611, al tempo delle osservazioni col cannocchiale; e certamente distante anche da quello tollerante del 1616, durante il primo processo -, il trattamento riservato a Galileo in questa occasione fu estremamente favorevole. Gli fu ingiunto di presentarsi a Roma non più tardi dell'ottobre 1632, ma, in considerazione dell'età, egli poté ritardare il viaggio fino al febbraio dell'anno successivo. Durante il processo non fu relegato in carcere, ma abitò in una sorta di foresteria nel palazzo del Sant'Uffizio.

    Anche le motivazioni della condanna devono essere comprese correttamente. Come ha osservato Pier Carlo Landucci, il verdetto non ebbe alcuna pretesa di «infallibilità», limitandosi al «puro quadro pragmatistico e disciplinare» e fu improntato ad una «equilibrata giustificazione» dottrinale (10). Secondo le parole della sentenza, infatti, Galileo fu condannato per avere «tenuto» una dottrina «contraria alla Scrittura», non di averla soltanto ipotizzata e considerata sul solo piano matematico: in tal caso sarebbe stata permessa. Nella parte finale della sentenza emerge la vera questione di principio: si condanna di «sostenere e difendere come probabile un'opinione... per definizione contrastante con la Sacra Scrittura». Ora, la nozione di probabilità implica un certo grado di possibilità, e ciò innalza l'ipotesi su un piano di realtà che, qualora l'ipotesi contrasti con la Sacra Scrittura, non può essere tollerata. Naturalmente non bisogna dimenticare il contesto teologico più volte richiamato, secondo cui il senso letterale della Scrittura prevaleva legittimamente in mancanza di prove contrarie.

    Per quanto riguarda i punti della condanna, il rigore letterale della sentenza fu alquanto mitigato nei fatti. Oltre all'abiura formale della dottrina copernicana, la sentenza prevedeva un periodo di carcere a discrezione del Sant'Uffizio e l'obbligo di recitare per tre anni, una volta alla settimana, i salmi penitenziali. Avvenne che la prigionia consistette in un soggiorno di cinque mesi nella villa del Granduca di Toscana, a Trinità dei Monti, seguito da una permanenza nell'«abitazione del mio più caro amico che avessi in Siena - racconta lo stesso Galileo al padre olivetano Vincenzo Renieri - monsignor arcivescovo Piccolomini, della cui gentilissima conversazione io godetti con tanta quiete e soddisfazione dell'animo mio che quivi ripigliai i miei studi trovai e dimostrai gran parte delle conclusioni meccaniche sopra la resistenza dei solidi con altre speculazioni; e dopo circa cinque mesi, cessata la pestilenza della mia patria, verso il principio di dicembre di quest'anno 1633, da sua santità mi è stata permutata la strettezza di quella casa, nella libertà della campagna, da me tanto gradita, onde me ne tornai alla villa di Bellosguardo e dopo in Arcetri, dove tutt'ora mi trovo a respirare quest'aria salubre, vicino alla mia cara patria Firenze». Quanto ai salmi penitenziali, incaricò di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Maria Celeste, suora carmelitana.

    Ad Arcetri lo scienziato chiuse la sua vita terrena l'8 gennaio 1644 non prima di avere completato i "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti locali", l'opera con cui ritornò alla sua vera vocazione di fisico-matematico e che meritatamente lo colloca tra quei «giganti» che, come amava dire Isaac Newton, «mi hanno portato sulle loro spalle». Ma nessuna tortura, nessuna tetra galera, nessuna umiliazione o vessazione caratterizzò gli anni successivi alla condanna, che, anzi, furono densi di attività e di relazioni, anche quando, ormai al termine, fu colpito dalla totale cecità.

    I temi della «leggenda nera» galileiana nacquero in epoca illuministica e, paradossalmente, proprio nel momento in cui la Chiesa cattolica attenuava sia gli effetti giuridici dei provvedimenti del 1616 e del 1633, sia la diffidenza verso il sistema copernicano. Si trattò di un attacco ideologico, di un'operazione di intenzionale disinformazione, il cui obiettivo era quello di dimostrare l'incompatibilità del sistema cattolico con le ragioni della libertà di ricerca nei vari campi del sapere. Le critiche alla Chiesa in relazione al "caso", che da allora divenne tale, iniziarono nei paesi protestanti, in concomitanza con la pubblicazione delle prime storie sulla Inquisizione, come la traduzione inglese dell'"Historia Inquisitionis" del 1692, pubblicata a Londra nel 1731 ed utilizzata per suscitare l'odio contro Roma al tempo della seconda ribellione scozzese: i cardinali che si opposero a Galileo vi sono descritti come nemici del vero sapere e della vera scienza.

    I "philosophes" francesi del XVIII secolo si ispirarono invece alle opere di Fontenelle e di Pierre Bayle, in cui veniva ripreso l'eliocentrismo e si ribadiva l'opposizione tra ragione e fede. Su questa linea, Voltaire, nel suo "Dizionario filosofico", dirà che «Ogni inquisitore dovrebbe arrossire fino in fondo all'anima solo alla vista di una sfera di Copernico».

    In Italia, sul finire del '700, Giovanni Targioni Tozzetti e Girolamo Tiraboschi ripresero il tema dell'oscurantismo clericale, attribuendo i guai di Galileo ai «Regolari» e agli «Ecclesiastici», responsabili anche dell'offuscamento della memoria dello scienziato.


    In realtà la Chiesa cattolica, attraverso le Congregazioni romane, aveva adottato diverse misure a favore di Galileo. Nel 1734 il Sant'Uffizio ne riabilitava la memoria autorizzando l'erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze. E' utile ricordare che tale concessione avvenne durante il pontificato di Clemente XII, il primo Papa che condannò la Massoneria e che affidò all'architetto fiorentino Alessandro Galilei, pronipote dello scienziato, la costruzione delle facciate di San Giovanni in Laterano e di San Giovanni dei Fiorentini. Un secondo gesto di disponibilità fu compiuto da Benedetto XIV il quale, nel 1757 tolse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già tacitamente aveva fatto Papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616. Benedetto XIV aveva peraltro dimostrato il suo interesse per le scienze fin da quando era arcivescovo di Bologna, dove istituì un museo e una cattedra di anatomia. Salito al soglio pontificio, riformò l'Accademia dei Lincei, istituì cattedre di chimica e di matematica all'Università della Sapienza, prescrisse che i teologi incaricati di esaminare opere controverse fossero affiancati da esperti nelle scienze profane e tenne rapporti con un newtoniano come Pierre L.M. de Maupertuis, cui si deve la formulazione del principio di minima azione.

    La definitiva autorizzazione all'insegnamento del moto della Terra e dell'immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822, anche se già da molto tempo la teoria copernicana, ormai diventata newtoniana, veniva insegnata in tutte le università cattoliche dell'Europa, sia pure come ipotesi, per rispetto ai decreti della Chiesa.

    Per quanto riguarda le prove del moto annuale della Terra attorno al Sole, il primo fenomeno che deponeva seriamente in suo favore fu l'aberrazione della luce, rilevato dall'astronomo inglese James Bradley nel 1725: egli collegò gli sfasamenti osservati durante passaggi successivi della stella "gamma Draconis" nel campo del telescopio con il moto della Terra lungo la sua orbita e con il fatto che la velocità di propagazione della luce è finita. Si trattava di un effetto che tuttavia «copriva» ancora la misura della parallasse stellare, ritenuta, a ragione, la prova cruciale del moto di rivoluzione: bisognò attendere fino al 1837, quando il tedesco Wilhelm F. Bassel determinò in 0,30" lo spostamento apparente della stella "61 Cygni", attribuendolo allo spostamento reale della Terra lungo la sua orbita. Il moto diurno del pianeta fu dimostrato ancora più tardi, nel 1851, quando il francese Leon Foucault mise in evidenza lo spostamento del piano di oscillazione di un grandioso pendolo sospeso alla cupola del Pantheon di Parigi: poiché il piano di oscillazione di un pendolo libero di muoversi non muta, l'astronomo concluse che la rotazione osservata era da attribuirsi in realtà a quella, in direzione opposta, della Terra intorno al proprio asse.

    Va ricordato, infine, che la Chiesa non rimase estranea allo straordinario sviluppo dell'astronomia - e della scienza - dei secoli XVIII e XIX. Per citare solo un esempio, quell'Osservatorio Pontificio Vaticano, fondato nel 1579 da Gregorio XIII e che fu uno dei luoghi della vicenda galileiana, operò attivamente anche nei secoli successivi e raggiunse una grande notorietà internazionale alla metà dell'800, quando padre Angelo Secchi, introducendo l'analisi spettroscopica nello studio della luce stellare, iniziò una classificazione delle stelle in base al tipo spettrale. Il 14 marzo 1891 Leone XIII, con il motu proprio «Ut mysticam», decretò la trasformazione dell'antico Osservatorio nell'attuale Specola Vaticana. Affidata ancora ad astronomi gesuiti, la Specola ha partecipato fin dalla sua nascita ai programmi internazionali di realizzazione di carte fotografiche del cielo. Per questo lavoro fu necessario costruire un particolare telescopio, ancora oggi utilizzato per la fotografia dei campi stellari. Attualmente la Specola Vaticana rappresenta ufficialmente la Santa Sede in seno all'Unione Astronomica Internazionale e i suoi programmi di ricerca si sono dilatati allo studio della astrofisica e della cosmologia. Da oltre dieci anni è attivo a Tucson, in Arizona, un centro di ricerche che dipende direttamente dalla Specola.
     

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